Se ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, beh, c'è perfino chi affronta un destino peggiore di Anna Karenina... Quelle che abbiamo raccolto in questa pagina sono storie di famiglie più inquietanti della media: il grottesco che sfiora l'orrore di Fiori in soffitta di V.C. Andrews (Ne/oN), la fiaba nera di Barbara Comnys L'albero di ginepro (Safarà), i mostri autolesionisti che emergono nei racconti di Samanta Schweblin (Il buon male, Einaudi) e il ritratto spietato della crudeltà dominante in una famiglia dell'upperclass britannica di Lord Jim a casa di Dinah Brooke (Sellerio). Quattro opere che non si ritraggono di fronte all'estremo che può abitare nella nostra intimità quotidiana.
Brooke e l'inferno della «buona» borghesia britannica
«C' era una volta un Re, che regnava su un piccolo ma bellissimo regno. Il Re ha un figlio e per dimostrare di essere adatto all'eredità il figlio è costretto a superare varie prove. Le fallisce...». Lord Jim a casa di Dinah Brooke (Sellerio, pagg. 324, euro 16) non è una favola e il regno di cui parla è ben lontano dall'essere «bellissimo», poiché casa Trenchard è dominata dalle regole non scritte dell'alta borghesia britannica. Il figlio del Re, il Principe, si chiama Giles e fin da neonato viene abituato dalla tata, che riesce nell'impresa di essere perfino peggiore dei genitori, a vessazioni crudeli: legato se piange di notte, chiuso in un armadio se cerca la mamma o se succhiando il latte la sporca, soffocato nei suoi stessi pannolini sporchi.
Quando è il momento di frequentare la scuola privata di cui il padre, avvocato, e il nonno, giudice (un vecchio bavoso che muore facendo sesso con la badante sovrappeso) sono stati a loro volta studenti, il Principe quasi quasi tira un sospiro di sollievo, perché le umiliazioni in classe, le frustate del direttore e gli insulti della sorvegliante sono più tollerabili dell'indifferenza materna e dello sprezzo paterno. Un Patrick Melrose che non ce la fa, e si imbarca in Marina come un Lord Jim senza più spina dorsale. Quando uscì, nel 1973, il romanzo scandalizzò chi ci si riconobbe fin troppo bene.
Scandalosa Andrews: quattro bambini destinati ad appassire
Foxworth Hall è una magione gotica uscita direttamente da un incubo di Edgar Allan Poe, e la nonna - e padrona di casa - è la strega di Hänsel e Gretel, ma un pizzico meno golosa di bambini e più infatuata della lenta agonia delle proprie piccole vittime. Queste, fra l'altro, sono i suoi quattro nipoti, un maschio e una femmina adolescenti e due gemelli di tre anni, bellissimi e biondissimi, orfani del padre, che finiscono rinchiusi in soffitta con l'ordine di non fare rumore, non girare per la casa, non attirare l'attenzione, non mettere in disordine, non avere pensieri peccaminosi e imparare a memoria un versetto della Bibbia al dì... «Fino al giorno in cui vostro nonno non morirà starete qui, ma come se non esisteste». La madre, che dovrebbe proteggerli, vessata dalla nonna fanatica diventa la loro aguzzina, ignorandone la sofferenza. E così quei ragazzini appassiscono lentamente, come Fiori in soffitta (Ne/oN, pagg. 458, euro 21,50); fiori che, però, rischiano di diventare carnivori, a furia di torture psicologiche e fisiche, digiuni prolungati e una intimità patologica.
Con questo romanzo scandaloso e nero, pubblicato quando aveva 56 anni, V.C. Andrews (1923-1986), «vicina di casa» di Stephen King, vendette milioni di copie, anche grazie alla censura benpensante che alimentò la curiosità degli americani.
Comyns torna ai Grimm e rende «Bella» la matrigna crudele
Barbara Comyns (1907-1992) ha attraversato il Novecento con una eccentricità tipicamente British. Di famiglia aristocratica (caduta in disgrazia), fin da ragazzina si dedica all'arte e nel corso della sua esistenza è modella, allevatrice di barboncini, antiquaria, restauratrice di pianoforti, arredatrice di interni e scrittrice (dopo i quarant'anni). Nei suoi romanzi, che la casa editrice Safarà sta pubblicando in italiano da alcuni anni, le maledizioni e le oscurità del gotico si legano a uno sguardo umoristico e a una vena di follia. L'ultimo arrivato, L'albero di ginepro (pagg. 244, euro 18), non fa eccezione. Prende spunto da una fiaba dei Fratelli Grimm (Il ginepro) citata nell'esergo con una macabra canzoncina: «Mia madre mi ha ucciso,/ mio padre mi ha mangiato,/ mia sorella, la piccola Marlinchen,/ ha raccolto le mie ossa,/ le ha legate in un fazzoletto di seta,/ le ha adagiate sotto il ginepro,/ Cip, cip, che bell'uccellino sono adesso».
Qui la protagonista è Bella, madre single di una bimba meticcia, che lavora in un negozietto a Richmond (dove Virginia e Leonard Woolf fondarono la loro Hogarth Press) e diventa amica della bellissima Gertrude. Un giorno, sotto il ginepro, Gertrude si ingozza di bacche velenose; muore di parto, e l'orfano Johnny si ritrova sotto le grinfie della matrigna Bella...
Schweblin e la follia che si insinua fra padelle e cavalli
Il racconto che apre la raccolta, Benvenuta fra noi, ci trascina sott'acqua con la protagonista che descrive il proprio tentativo di annegare, con le pietre legate alla vita, l'acqua nel petto e gli spasmi che la attanagliano. Quando torna in superficie si chiede che cosa sia andato storto, vomita sul pontile, rientra in casa, nasconde le lettere d'addio che aveva preparato per il marito e le due figlie e prepara il pranzo. Le voci delle bambine le rimbombano nelle orecchie e si chiede, in effetti, come sia possibile essere lì, puzzolente di fango, a spadellare e chiacchierare fra i vivi come se nulla fosse successo.
È così che l'argentina Samanta Schweblin ci racconta Il buon male (Einaudi, pagg. 152, euro 18), quello che si insinua con innocenza nella nostra quotidianità e, per esempio, trasporta una madre in un universo parallelo di follia, trasfigura un bambino prodigio in un cavallo che poi salterà tragicamente dalla finestra (Un animale favoloso) o fa sì che due amiche rivelino la verità sui rispettivi compagni grazie al fantasma del gatto William, il cui «graffiare lento su una superficie morbida» scoperchia il non detto, l'abitudine, la paura (William alla finestra). Schweblin ha vinto uno Shirley Jackson Award per il romanzo Distanza di sicurezza e un National Book Award per i racconti di Sette case vuote (entrambi editi da Sur).

