Le parole non sono mai neutre. A seconda del contesto, possono assumere significati diversi: chiarire, confondere o perfino indirizzare un’indagine. La nuova inchiesta sul delitto di Garlasco lo dimostra in modo evidente, soprattutto dopo la diffusione delle intercettazioni ambientali di Andrea Sempio, indagato dalla procura di Pavia per l’omicidio di Chiara Poggi. Ma quanto può cambiare il senso di un’affermazione quando viene trascritta? Qual è il margine tra una trascrizione accurata e l’interpretazione di chi ascolta? E ancora: quando un soliloquio può avere valore confessorio? “Un’intercettazione va analizzata nella sua interezza e messa in correlazione con lo stato d’animo momentaneo del soggetto che parla”, spiega a Il Giornale la criminologa Ursula Franco, esperta di Statement Analysis (analisi del linguaggio) ed errori giudiziari, nonché consulente della Cold Case Foundation, un’associazione americana capitanata dal profiler Gregory M. Cooper.
Dottoressa Franco, quanto può cambiare il significato di una conversazione a seconda della trascrizione?
“Completamente. È infatti necessario trascrivere in modo preciso tutto, comprese le pause e le autocensure, ma soprattutto serve un esperto in Statement Analysis per analizzare una telefonata di soccorso, un’intercettazione, una s.i.t. e un interrogatorio. Una telefonata di soccorso è da considerarsi a tutti gli effetti un primo interrogatorio. Un esperto sa ascoltare, non interpreta, ed è capace di escludere o confermare una contaminazione. Quando interloquiamo infatti riprendiamo comunemente termini usati dal nostro interlocutore, dunque non si può isolare la sola risposta da una conversazione: la risposta va contestualizzata e i termini attribuiti a chi per primo li ha pronunciati”.
Che tipo di informazioni può fornire una telefonata di soccorso?
“Una telefonata di soccorso ci fornisce informazioni sulla volontà da parte di chi chiama di ricevere aiuto per la vittima, ma anche informazioni sullo stato del rapporto tra lui o lei e la vittima al momento dei fatti, posto che il nostro linguaggio è un riflesso della nostra percezione della realtà. Grazie alla casistica in tema di telefonate di soccorso sappiamo cosa aspettarci da chi chiama. Per questo motivo il materiale d’analisi vero e proprio è ciò che risulta ‘inaspettato’”
Cosa ci si aspetta normalmente da chi chiede l’intervento dei soccorsi?
“Ci aspettiamo che chi chiama chieda aiuto per la vittima, che sia insistente e alterato. Ci aspettiamo che non attenda la fine della domanda dell’operatore per esplicitare una richiesta d’aiuto e anche che imprechi e dica parolacce. Ci aspettiamo che favorisca il flusso delle informazioni e che agisca in work in progress con ciò che impone lo scambio”.
Quali comportamenti potrebbero invece risultare anomali?
“Non ci aspettiamo che mostri di avere un copione da seguire, come non ci aspettiamo che si perda in superflui convenevoli, che chieda aiuto per sé e che senta il bisogno di collocarsi dalla parte dei ‘buoni’, ovvero da quella di coloro che vogliono il bene per la vittima”.
Quanto è importante il modo in cui vengono raccolte le dichiarazioni?
“Nel caso delle sommarie informazioni serve un esperto per raccoglierle, e lo stesso vale nel caso di un interrogatorio. Un interrogatorio ben condotto si può utilizzare in eterno, mentre quando è contaminato si deve cestinare. Faccio un esempio: il materiale per le analisi genetiche deve essere repertato in un certo modo. Lo stesso modus operandi deve essere messo in atto con le dichiarazioni”.
Che vuol dire “contaminare un interrogatorio”?
“Contaminare un interrogatorio significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato: questi termini entreranno nel linguaggio dell’interrogato e lo aiuteranno a mentire. In poche parole: chi non sa condurre un interrogatorio induce l’interrogato a falsificare. È superfluo aggiungere che un interrogatorio contaminato non ha alcun valore legale e non merita neanche di essere analizzato: è da cestinare”.
Un interrogatorio può essere utile anche se un indagato o testimone mente?
“Un interrogatorio ben condotto non solo spesso conduce a una confessione, ma, anche quando l’interrogato non confessi e mistifichi, permette comunque di raccogliere informazioni utili. In sintesi, un interrogatorio è utile anche quando l’interrogato non dice la verità. È un mezzo straordinario per giungere alla verità, non una formalità da allegare agli atti”.
Dove finisce la semplice trascrizione e inizia l’interpretazione del trascrittore?
“Purtroppo i non esperti ritengono di dover interpretare le parole di chi parla e di dover trarre conclusioni per lui o lei. In realtà chi sa ascoltare non aggiunge niente di suo alle parole emesse da chi parla: è capace invece di riferire ciò che chi parla ha detto, non ciò che chi parla vorrebbe che gli altri intendessero”.
Qual è uno degli errori più frequenti nelle trascrizioni?
“Spesso non solo le trascrizioni delle intercettazioni, ma anche le risposte emesse nel corso di un interrogatorio o di una s.i.t., vengono rielaborate, sintetizzate e reinterpretate da chi ascolta o da chi fa le domande, producendo materiale di nessun valore. Nei casi di errore giudiziario di cui mi sono occupata le parole emesse dal sospettato sono sempre state interpretate attribuendo loro un significato contrario, contrario anche alla logica, al buon senso e all’esperienza quotidiana. L’errore nasce dal fatto che si cercano conferme al proprio convincimento e il pregiudizio vizia l’interpretazione delle risultanze investigative”.
Quanto incidono punteggiatura, pause e intonazione nell’interpretazione di un dialogo o di un soliloquio?
“Sono importanti soprattutto nei dialoghi”.
Nel caso di un soliloquio, come si distingue uno sfogo personale da un’affermazione di potenziale valore confessorio?
“Un’intercettazione va analizzata nella sua interezza e messa in correlazione con lo stato d’animo momentaneo del soggetto che parla”.
Cosa possono rivelare esitazioni, interruzioni, autocorrezioni o autocensure?
“Tutto va sempre contestualizzato. Generalmente le lunghe pause e le esitazioni, ma anche le ripetizioni delle domande e di alcuni termini, servono a chi parla per prendere tempo e pensare a cosa dire”.
Autocorrezioni e autocensure possono avere un significato investigativo?
“Sì. Si trovano spesso nelle tirate oratorie fatte per convincere l’interlocutore di qualcosa che non è. Vi si trovano autocorrezione e autocensura perché chi non racconta la verità si incarta proprio nelle tirate oratorie”.
Le pause linguistiche possono essere indicatori affidabili di stress, reticenza o menzogna?
“Sì, anche i balbettii, specie sul pronome personale “io”, inaspettati da un innocente de facto non balbuziente”.
Esistono pattern linguistici ricorrenti nel linguaggio di soggetti colpevoli?
“In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia ‘innocente de facto’ e che parli per essere compreso”.
Dal punto di vista linguistico, come dovrebbe esprimersi un innocente?
“Da un innocente de facto accusato di omicidio ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che lo faccia da subito e spontaneamente. Ci aspettiamo anche che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero”.
Cioè?
“Un innocente de facto mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto ‘muro della verità’ (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole, in quanto non hanno necessità di convincere nessuno di niente”.
Quando una negazione può essere considerata credibile?
“Una negazione è credibile quando è spontanea, ovvero non è pronunciata ripetendo a pappagallo le parole dell’interlocutore. La frase ‘io non ho ucciso XY’, seguita da ‘ho detto la verità’ o ‘sto dicendo la verità’, riferita a ‘io non ho ucciso XY’, è una negazione credibile. Anche ‘io non ho ucciso XY, sto dicendo la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile’.
Quindi non basta definirsi innocenti?
“Dirsi innocenti e basta non equivale a negare l’azione omicidiaria. Ogni altra negazione, tipo ‘non avrei mai fatto del male a XY’, ‘non ho fatto niente’ o ‘non farei del male a XY’, non è considerata una negazione credibile”.
Chi mente riesce sempre a sostenere la propria versione?
“Nella maggior parte dei casi un colpevole de facto non nega in modo credibile a ridosso dell’omicidio perché il nostro cervello non è fatto per mentire. Una minima percentuale di soggetti è però da subito capace di falsificare la negazione. Anche coloro che non sono riusciti da subito a negare possono riuscire a farlo a distanza di anni”.
Come si confuta una negazione?
“Per capire se un soggetto dica o meno il vero occorre porgli la seguente domanda: ‘Perché dovrei crederti?’. Chi falsifica non è infatti capace di dire ‘perché è la verità’. No man can lies twice è una regola della Statement Analysis che si evince da un’immensa casistica internazionale: nessuno può riferirsi alle proprie menzogne definendole verità. I colpevoli de facto risponderanno con escamotage linguistici per convincerci, ma non saranno credibili. Diranno ad esempio: ‘Perché non dico bugie’”.
Ci sono altri segnali linguistici ricorrenti?
“Spesso un colpevole de facto non nomina la vittima e non chiama il reato con il suo nome per evitare di incorrere nello stress che termini tanto evocativi gli produrrebbero. Per lo stesso motivo i colpevoli de facto spesso si esibiscono in tirate oratorie: lo fanno per ridurre la tensione e trovare sollievo in campi non minati. Ma proprio quando si perdono in chiacchiere finiscono spesso con il fornire informazioni importanti o ammissioni indirette. Per questo motivo non vanno mai interrotti”.
Perché alcuni sospettati evitano giudizi sull’assassino?
“Generalmente un assassino non attribuisce aggettivi dispregiativi all’omicida perché non riesce ad attribuire a se stesso caratteristiche negative e dunque si mostra inaspettatamente neutrale nei suoi confronti”.
Come si riconosce il valore di un’intercettazione?
“Un’intercettazione va sempre contestualizzata e capita per ciò che è”.
Una trascrizione errata può influenzare l’esito di un processo?
“Purtroppo in Italia manca la cultura della raccolta e analisi delle dichiarazioni, sebbene chi indaga potrebbe avvalersi da decenni della Statement Analysis applicata a telefonate di soccorso, intercettazioni, interrogatori, dichiarazioni scritte, interviste e lettere anonime.
Gli errori di trascrizione e interpretazione condizionano non solo l’esito di un processo ma l’indagine nella sua interezza. Sono dovuti all’incompetenza, alla mancanza di conoscenza e alla Tunnel Vision”.
Cos’è la Tunnel Vision?
“La Tunnel Vision è un pregiudizio cognitivo che colpisce gli inquirenti nelle prime fasi delle indagini ed è rappresentabile come una visione centrale ristretta. L’assenza della visione periferica conduce a ritenere che i fatti abbiano un’unica spiegazione. Nonostante nulla conforti l’ipotesi iniziale, gli inquirenti continuano a indagare in quel senso, ignorando o sottovalutando gli elementi contrari”.
Come la si può evitare?
“Serve un Contrarian: una sorta di avvocato del diavolo incaricato di sfidare chi investiga nei casi più difficili, contrastando i pregiudizi cognitivi che possono condurre all’errore giudiziario”.

