Finito l'assedio della Bosnia all'Italia di Gattuso, un minuto dopo è cominciato quello della politica e dei social alla poltrona di Gabriele Gravina, presidente della federcalcio. Doveva aspettarselo. Aveva già bucato il mondiale precedente con l'incredibile eliminazione al primo turno di play off con l'Irlanda del Nord: solo che in quella circostanza gli valse il bonus dell'europeo conquistato un anno prima, nel 2021, a Wembley. È arrivato il carico da novanta, perché le improvvide dichiarazioni di Gravina a proposito di paragoni con lo status degli altri sport ("noi professionisti, loro dilettanti") hanno scatenato reazioni velenose. Lotito, secondo indiscrezioni, avrebbe lanciato una raccolta firme in Senato addirittura. Ieri mattina, poi, mentre Gravina si recava negli uffici di via Allegri, imbrattati dal lancio anonimo di uova, è arrivato l'ultimatum di Andrea Abodi, ministro per lo sport. Secco e perentorio: "Chiederò personalmente a Gravina di dimettersi. Abete e Tavecchio lasciarono dopo i loro fallimenti perché ebbero un sussulto di dignità. In caso contrario potrebbero esserci i presupposti per il commissariamento della Figc".
A quel punto Gravina ha provato a rompere l'assedio. E, in attesa del consiglio federale al completo annunciato per l'8 aprile, ha convocato una riunione del gabinetto di crisi per quest'oggi aperto ai presidenti delle leghe di serie A, B, C e ai presidenti dei due sindacati, calciatori e allenatori. Qui verrà decisa la strategia che prevede le dimissioni dello stesso presidente con la contromossa di fissare - secondo le norme dello statuto - nuove elezioni entro 90 giorni di tempo. Nel frattempo l'ordinaria amministrazione passerebbe nelle mani dei due vice-presidenti, Calcagno e Abete, due alleati storici di Gravina al quale hanno assicurato l'ultima plebiscitaria elezione. Questo sbocco significa che sarà respinta ogni ipotesi di commissariamento e non solo per rivendicare l'autonomia del calcio rispetto alla politica. L'unico ente deputato ad adottare un provvedimento drastico del genere è infatti il Coni. Proprio Buonfiglio, il presidente, consultato dallo stesso Abodi, ha fatto sapere che in assenza dei presupposti (dissesti economici) per adottare tale scelta, rispedirà al mittente l'invito. Questo significa che sarà il calcio a scegliere l'eventuale successore di Gravina al quale rimarrebbe lo scranno (e lo stipendio) da vice-presidente dell'Uefa. E qui un nome ha già cominciato a circolare, lanciato con un comunicato dal presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis: Giovanni Malagò. In vista del vertice odierno, ieri il presidente della Lega di serie A Ezio Simonelli ha riunito il consiglio direttivo e concordato la linea guida: disponibilità alle dimissioni collettive ma con la garanzia futura, in vista di prossime elezioni, di correggere il peso elettorale delle diverse componenti (attualmente tra dilettanti, calciatori e allenatori raggiungono il 64%) in modo da riaffidare alla serie A - che è la locomotiva del sistema (distribuisce circa 150 milioni l'anno) - il ruolo di leader. Fino al 2006, anno che coincise con l'ultimo mondiale vinto, la serie A aveva il famoso diritto di veto per l'elezione. Perso quell'asso nella manica, le successive nomine sono state orientate dai dilettanti che hanno il 34% dei voti disponibili. Sulla scia di Gravina seguiranno le dimissioni di Gattuso e Buffon, preannunciate in Bosnia. E sul prossimo Ct già circolano alcune candidature. Tra queste quella di Simone Inzaghi.

