Arriva con qualche minuto di ritardo, poi Giorgia Meloni si siede alla cena dei leader Nato allo stesso tavolo di Donald Trump. Non uno accanto all'altra, ma abbastanza vicini perché quello di Ankara diventi l'incrocio più atteso dopo giorni di alta tensione. "Rapporti cordiali", risponde Meloni ai giornalisti che le chiedono di Trump. C'è stato un chiarimento dopo gli insulti degli ultimi giorni? "Vi ho già risposto", taglia corto. La linea resta quella di non commentare oltre le parole del presidente americano. Poi si vedrà dopo la plenaria del vertice, in programma in mattinata.
La premier era decollata da Roma mentre ad Ankara, già da un paio d'ore, Trump aveva cominciato a prendersi la scena, tornando sulle critiche nei suoi confronti, anche se con toni più soft. "Non abbiamo commentato ieri, non lo faremo oggi", la linea di Palazzo Chigi. Come non c'era stata alcuna reazione al meme sull'ordine restrittivo, così il governo non si scompone davanti al "mi piace, è una brava persona ma non c'è stata per noi" pronunciato dal presidente Usa a proposito della posizione italiana sull'Iran.
Nessun ping pong di dichiarazioni e commenti, insomma, secondo una strategia confermata durante le due ore di volo verso Ankara. Meloni arriva al complesso presidenziale di Bestepe con qualche minuto di ritardo, dopo che il padrone di casa Recep Tayyip Erdogan ha già accolto gli altri ospiti, Trump per ultimo. Il presidente turco, dopo l'arrivo del tycoon, entra con lui nel palazzo dove si svolge la cena. Secondo i media locali, ad accogliere la premier italiana è invece il vicepresidente turco.
Meloni e Trump allo stesso tavolo ad Ankara
Poco dopo Meloni prende posto al tavolo con Trump ed Erdogan. Con loro siedono anche il segretario generale della Nato Mark Rutte, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro britannico Keir Starmer. Tavoli tondi, tutti alla stessa distanza, nella cornice della cena offerta da Erdogan e dalla consorte, sulla quale i turchi hanno puntato anche come esercizio di "food diplomacy": il patrimonio culinario come strumento per favorire il dialogo e la comprensione.
Poco prima che Meloni si sieda allo stesso tavolo del presidente americano, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, arrivato ad Ankara con il ministro della Difesa Guido Crosetto, incontra il segretario di Stato Usa Marco Rubio. Il segnale che, al di là degli affondi presidenziali, la collaborazione fra Roma e Washington continua.
Resta, però, la diffidenza verso il tycoon. Secondo il poco che filtra dal governo, le sue ultime parole non vengono lette come un messaggio più conciliante, ma piuttosto come una strategia di "insistenza" nei confronti della premier, unico leader citato esplicitamente durante la conferenza stampa ad Ankara. Trump ha anche chiarito la ragione per cui il rapporto si sarebbe "guastato": la postura italiana di fronte alla guerra in Iran. E non sarebbe bastata la disponibilità di Roma a partecipare allo sminamento dello Stretto di Hormuz una volta raggiunto un cessate il fuoco, scenario che appare lontano alla luce degli ultimi attacchi.
"Abbiamo bisogno di Trump come alleato, ma non toccate Meloni", interviene il ministro della Difesa belga, il nazionalista fiammingo Theo Francken. "È la regina del centrodestra in Europa. È lei la leader". Anche Matteo Salvini prova a smorzare le tensioni: fra Meloni e Trump "non c'è spazio per le polemiche, certo non da parte italiana. Le partite geopolitiche e internazionali sono troppe".
I dossier che uniscono e dividono Roma e Washington
Fra queste c'è la difesa del fianco Sud della Nato, tema entrato nella dichiarazione finale del vertice anche grazie alle pressioni italiane, come sottolineato da fonti diplomatiche alla vigilia. In quest'ottica è centrale il dossier Libia, Paese nel quale gli americani considerano l'Italia uno dei principali interlocutori. Meloni da tempo cerca anche una sponda nella Turchia, che in Libia esercita un'influenza stabilizzante e, come Roma, ha forti interessi nel settore energetico.
Tra i dossier che invece hanno allargato le distanze fra Roma e Washington c'è la mancata adesione italiana al Purl, il programma per l'acquisto di armi americane da destinare a Kiev. In questa fase il sostegno italiano all'Ucraina si concentra soprattutto sulle forniture energetiche, a differenza di altri partner della coalizione dei Volenterosi, attesa lunedì sera a Parigi.
La presenza di Meloni non è ancora confermata: nel pomeriggio la premier è attesa a Palermo per una commemorazione di Giovanni Falcone. I leader dei Volenterosi sono stati invitati da Emmanuel Macron anche alla parata del giorno successivo, il 14 luglio, per la festa nazionale francese. Se sulla presenza della presidente del Consiglio resta un punto interrogativo, è invece certa quella del presidente Sergio Mattarella.
Un segnale dell'importanza che Roma attribuisce al fronte europeo e al rapporto con Parigi. Sugli Champs-Élysées, insieme alle truppe francesi, sfileranno rappresentanti delle forze armate dei Paesi partner. L'Italia sarà presente con un Gruppo bandiera, la formazione militare incaricata di custodire e trasportare le bandiere di guerra dei corpi istituzionali. La Francia avrebbe inoltre chiesto anche la partecipazione alla sfilata di mezzi italiani.