I numeri dell’editoria libraria sono, a leggerli bene, una diagnosi. Nel 2024 sono stati pubblicati in Italia 85.872 titoli a stampa. Per la prima volta il catalogo “vivo” — i libri reperibili e ordinabili — ha superato il tetto di 1,5 milioni di titoli. Un milione e mezzo di libri disponibili in un Paese dove, stando agli stessi rilevatori del settore, la domanda interna è in contrazione. Nel 2025 il settore trade ha segnato -2% a valore e -2,7% a copie. Il 2026 è partito meglio ma... Andiamo con ordine. Più libri, meno vendite: non è un paradosso, è la fisiologia di ogni inflazione. Il Premio Strega, che è lo specchio cerimoniale di questo sistema, ha ricevuto quest’anno 79 candidature, da cui il comitato ha estratto la dozzina finalista.
Settantanove romanzi, ciascuno sostenuto da un padrino o da una madrina, ciascuno con il suo ufficio stampa, il suo lancio, la sua quarta di copertina che promette rivelazioni. Una fiera delle vanità in cui la selezione ha già perso senso prima di cominciare, perché quando tutto concorre, niente compete davvero. Il problema non è la quantità in sé.
È che la quantità ha ucciso la critica. Non esiste più una recensione capace di orientare nel bene o nel male. La critica militante è scomparsa senza lasciare eredi. Al suo posto, i comunicati stampa trascritti, le schede promozionali camuffate da articoli, e il circuito autoreferenziale dei festival letterari, dove gli stessi autori si presentano a vicenda davanti a platee sempre più ristrette. Il costo di questo sistema ricade su chi non può permettersi di starci dentro. Le case editrici con un fatturato tra uno e cinque milioni di euro hanno subito nel 2025 una flessione del 9,7%; quelle sotto i 500mila euro del 6,5%. I grandi gruppi reggono perché hanno visibilità: scaffali in librerie quasi esclusivamente “mono-editore”. I piccoli annegano nella massa che loro stessi contribuiscono, obtorto collo , ad alimentare. Il 66% della spesa totale per i libri è generata dal catalogo, e il 37% da titoli pubblicati nel 2019 o prima. Il mercato, in altre parole, sopravvive sui classici e sui titoli consolidati e non sulle novità che vengono spedite alle redazioni con la fascetta «imperdibile». La macchina produce, il lettore ignora, il libraio impila e prepara la resa. È una partita di giro fondata su soldi che non ci sono.
O meglio: su soldi pubblici che stavano tenendo in piedi la domanda artificialmente. In due anni gli acquisti dei neo-diciottenni attraverso le carte cultura sono crollati da 97,5 milioni di euro nel 2023 a 39,5 milioni nel 2025, quasi 60 milioni in meno. Poi è arrivato il bonus biblioteche, che cesserà presto di far sentire i suoi effetti. L’Aie infatti fa fosche previsioni sulla seconda metà del 2026. Tolto il sussidio, la domanda spontanea si è rivelata quella che era: fragile e discontinua. Nessuno lo dice con chiarezza, perché tutti campano dello stesso equivoco.