da Cannes
«Una fotografia nasce dall’empatia tra chi la scatta e chi viene ritratto ». La ricetta è di Richard Avedon che spiegava anche come un brutto clic fosse il frutto di una mancata sintonia fra chi sta davanti e chi sta dietro l’obiettivo. A lui Ron Howard, regista di titoli come Eden , A Beautiful Mind , Apollo 13 e Il Grinch , ha dedicato un documentario - Avedon - che il Festival di Cannes ha presentato fuori concorso. Artista dell’immagine ferma, più che semplice fotografo, Avedon è stato un viaggiatore della vita attraversando cinema e politica, pubblicità e spettacolo. Il risultato di un’esistenza a caccia del clic perfetto si è rivelato la nascita di una Fondazione dalla quale dipende un archivio con decine di migliaia di volti, dalla Marilyn triste che è più Norma Jean della Monroe a Andy Warhol, insieme ai tanti volti della Fabbrica, ritratti rigorosamente nudi ed esposti al Moma in formato parete di fronte a un’immagine di uguali dimensioni che raffigurava lo stato maggiore dell’esercito e degli statisti negli anni della guerra in Vietnam.
Molte le testimonianze di chi ha avuto il privilegio di stage fotografici negli studi di Avedon tra modelle come Twiggy, attrici come Isabella Rossellini e scatti poi passati ad uso commerciale per reclamizzare prodotti di bellezza o locandine cinematografiche, tra cui spicca quella di Fred Astaire per Il cappello a cilindro . Tutto contribuisce a spiegare un’attività che ha attraversato l’ultimo mezzo secolo raccontando il costume del Novecento attraverso volti e storie che trapelavano proprio dalle espressioni dei personaggi raffigurati. Scatti multipli che consentivano scelte articolate, basate su sfumature che non erano manierismo maniacale ma il tentativo di trasmettere stati d’animo. Descrivere esperienze e raccontare momenti dolorosi accanto ad altri più lieti.
Negli scatti di Avedon c’è uno spaccato di vita che parte dalla famiglia per abbracciare il mondo attorno. Una cerchia personale in cui si forgiano sensazioni e principi che inevitabilmente si riflettono nel modo di fare arte attraverso un clic spontaneo, nato dopo pose a volte all’apparenza artificiali. La chiusa finale lascia attoniti per la lungimiranza pessimista di Avedon, che immagina un futuro dove la fotografia non esisterà più perché a scattarla saranno macchine dotate di parametri standard che uccideranno proprio quel valore di artigianalità e la capacità di saper cogliere l’attimo giusto e lo stato d’animo di chi viene immortalato. Avedon muore nell’ottobre del 2004 a 81 anni. L’intelligenza artificiale non era minimamente all’orizzonte ma sembrava che egli avesse già intuito la frontiera di un’arte in dissolvenza.