Trump: "Iran decimato, finiremo il lavoro entro due o tre settimane"

Scritto il 02/04/2026
da Francesca Salvatore

Tra promesse di vittoria imminente, tensioni con gli alleati e timori per la crisi energetica globale, la strategia di Donald Trump sull’Iran resta incerta e sotto crescente pressione interna e internazionale

Nessuna previsione apocalittica sull’eventuale abbandono del Patto Atlantico si è concretizzata nella notte, nel primo discorso alla nazione di Donald Trump dall’inizio del conflitto con l’Iran. Il presidente ha delineato una narrativa ottimistica: la guerra sarebbe “vicina alla conclusione”, con un possibile termine entro due o tre settimane. Una previsione che arriva mentre aumentano le tensioni, i timori per la stabilità energetica globale e lo scetticismo dell’opinione pubblica americana.

Trump ha cercato di rassicurare il Paese presentando l’intervento militare come un investimento strategico di breve durata rispetto ai conflitti del passato. Tuttavia, le sue dichiarazioni — tra promesse di escalation e aperture diplomatiche — evidenziano una linea politica ancora incerta, mentre l’Iran smentisce qualsiasi richiesta di cessate-il-fuoco e la comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione.

Una guerra “breve” nella narrativa di Trump: il confronto con i conflitti storici

Nel tentativo di rafforzare il consenso interno, Trump ha paragonato l’attuale intervento militare ad alcune delle guerre più lunghe della storia americana, dalla Prima guerra mondiale alla guerra in Iraq. Il messaggio è chiaro: rispetto a quei conflitti, l’operazione contro l’Iran — iniziata da appena 32 giorni — sarebbe limitata nel tempo e nei costi.

Definendo l’offensiva “potente e brillante”, il presidente ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai “annientato” e non più in grado di rappresentare una minaccia concreta. Una retorica che punta a contrastare la crescente stanchezza dell’opinione pubblica americana verso le guerre all’estero, aggravata dall’aumento dei prezzi dell’energia.

Eppure, secondo i sondaggi, una larga maggioranza degli americani ritiene che l’amministrazione non disponga di un piano chiaro per la gestione del conflitto. La promessa di una rapida conclusione, dunque, appare più come uno strumento politico che come una strategia definita.

Funzionari della Casa Bianca hanno dichiarato alla CNN di essere soddisfatti di come il presidente ha gestito il suo discorso. Secondo questi ultimi, Trump ha raggiunto l'obiettivo prefissato con il discorso: illustrare le motivazioni dell'amministrazione per la guerra e presentare i successi delle operazioni militari condotte finora, rassicurando al contempo gli americani sul fatto che la guerra si sta avvicinando alla conclusione.

Lo Stretto di Hormuz e la crisi energetica: alleati sotto pressione

Al centro della crisi internazionale resta lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per circa il 20% del traffico petrolifero mondiale. La sua chiusura, attribuita alle azioni iraniane, ha già innescato un’impennata dei prezzi di petrolio e gas a livello globale.

Trump ha dichiarato che la responsabilità di riaprire lo stretto spetterà agli alleati degli Stati Uniti, invitandoli a “farsi coraggio” e ad assumere un ruolo guida. Una posizione che segna un possibile ridimensionamento dell’impegno diretto americano nella sicurezza della regione.

Il presidente ha inoltre minimizzato l’impatto della crisi sugli Stati Uniti, sostenendo che il Paese non dipende dallo stretto e che la rotta commerciale si riaprirà “naturalmente” al termine del conflitto. Tuttavia, analisti energetici mettono in dubbio questa previsione, sottolineando che senza un intervento diretto la crisi potrebbe protrarsi, mantenendo alta la pressione sui mercati globali.

Il discorso non ha affatto placato i mercati energetici sconvolti dalla guerra in Iran, dato che il prezzo del petrolio è salito ulteriormente nei minuti successivi. Il prezzo del Brent, il benchmark globale del greggio, è schizzato di oltre il 4% superando i 105 dollari al barile dopo che Trump ha promesso di prolungare il conflitto per altre settimane e ha rinnovato la minaccia di bombardare le centrali elettriche iraniane se l'Iran non accetterà le sue richieste.

Escalation militare e incognite diplomatiche: una strategia ancora indefinita

Nonostante i segnali di possibili negoziati, Trump ha ribadito la disponibilità a intensificare l’offensiva militare nelle prossime settimane, arrivando a minacciare attacchi simultanei contro infrastrutture critiche iraniane, come le centrali elettriche.

Parallelamente, il presidente ha parlato di un cambiamento nella leadership iraniana, definendo i nuovi vertici “meno radicali e più ragionevoli”. Una dichiarazione che lascia intravedere spiragli diplomatici, ma che si scontra con la durezza delle minacce militari.

Rimane però irrisolta la questione centrale: quale sia la strategia finale degli Stati Uniti. Trump non ha chiarito se Washington intenda intervenire con truppe di terra, né come gestire il controllo dell’uranio arricchito o dello stesso Stretto di Hormuz.

Anche sul piano internazionale emergono frizioni: le critiche alla Nato e l’ipotesi di un disimpegno americano dall’alleanza alimentano l’incertezza tra gli alleati, proprio mentre la crisi richiederebbe coordinamento globale. In questo scenario, la promessa di una guerra breve si confronta con una realtà molto più complessa, in cui rischi militari, economici e diplomatici restano aperti — e senza una chiara via d’uscita.