Disastro nazionale. Da Salvini a Renzi le larghe intese sulla rottamazione

Scritto il 02/04/2026
da Giuseppe Alberto Falci

L’accusa è bipartisan perseverare nell’errore. La Russa sul rigore di Pio: "Chi ha detto tiralo tu?"

Il padrone del calcio italiano è finito sotto processo dei palazzi della politica. Tutti contro Gabriele Gravina. La domanda è: si dimette o si incatena alla Figc? La mancata qualificazione ai mondiali, la terza di fila, scatena Montecitorio e Palazzo Madama. Con interrogazione bipartisan di 40 senatori alla premier Meloni e al ministro Abodi. Il centrodestra indignato esce come un moloch, e invoca il passo indietro di lui: il presidente della Figc, l'immarcescibile capo di via Allegri, ribattezzato in Transatlantico come «un democristiano di lungo corso che ha monopolizzato e immobilizzato» lo sport fino a poco tempo più seguito nel Belpaese. È la classica storia italiana di un signore che ha scalato il calcio dalla provincia, tessendo la sua tela, senza mai scontentare nessuno, tendendo la mano ai presidenti, arrivando ad avere un consenso quasi bulgaro nei consessi istituzionali del calcio. Per dire, il 3 febbraio del 2025 Gravina è stato rieletto con il 98,68% dei voti. Oltre Putin e Lukashenko.

È finita un'era. Forse. Nei capannelli di Camera e Senato non si parla d'altro. È Gravina, l'uomo del giorno. E se Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, sogna José Mourinho al posto di Rino Gattuso e auspica «profondi cambiamenti», Salvatore Caiata, parlamentare di Fratelli d'Italia - è più esplicito e chiede un'informativa al ministro dello Sport, Andrea Abodi. «Noi ce l'abbiamo con Gravina, perché ha rubato un sogno ai nostri giovani». In scia Galeazzo Bignami, capogruppo del gruppo meloniano: «Il calcio italiano va rifondato e le sue dimissioni sono imprescindibili». Condivide questa posizione Marco Osnato, presidente della commissione Finanze di Montecitorio in quota Fd'I e soprattutto a capo dello Juventus Club Montecitorio: «Questa mattina credo che ogni sportivo italiano si sia alzato con la tristezza di non vedere l'Italia ai Mondiali per la terza volta e con il desiderio di leggere le dimissioni di Gravina. Il calcio italiano andava rifondato nel 2017: stiamo ancora aspettando».

C'è poi chi come Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e tifosissimo della Lazio, critica da tempo l'azione della governance del calcio: «Da oltre due anni chiedo a Gabriele Gravina, inutilmente, di fare un passo indietro dalla presidenza della Figc. Ogni volta il sistema di potere costruito intorno a lui si è coalizzato e lo ha sempre difeso. Oggi che la Nazionale di calcio e l'Italia intera viene umiliata con una nuova eliminazione dai mondiali, s'ode il coro 'Dimissioni, dimissioni'». E se Andrea Crippa, leghista di rito salviniano, definisce Gravina «una sciagura per il calcio» e, va da sé, il più lesto di tutti è stato Matteo Salvini, che si è espresso pochi minuti dopo il fischio finale del match con la Bosnia: «Il calcio italiano è da rifondare, partendo dalle dimissioni di Gabriele Gravina». La protesta si allarga anche a chi come Matteo Renzi non appartiene al centrodestra. L'ex premier e leader di Italia Viva è assai duro: «È il segno del fallimento del calcio italiano. Non capire che per il nostro Paese il pallone non è solamente un divertimento ma un pezzo di cultura e di identità popolare è l'errore più grave di una classe dirigente che, in federazione come in alcuni club, pensa di andare avanti tra raccomandazioni e amichettismo, vivendo di piccoli inciuci». Lui, il diretto interessato, non si scompone. La prudenza è la sua cifra. Certo è che il calcio italiano non ha mai toccato il fondo come oggi. E anche la politica se ne è accorta.